|
|
L’IRA
DI ULISSE
Riassunto
dell’Odissea
Tratto da “www.wikipedia.it” e da “Il mondo dei testi – epica,
Silvia Vignale, ed. Paravia”
Nei
primi quattro libri dell’Odissea si narra dell’intervento di
Atena nella vita di Telemaco, figlio di Odisseo, e di come
questa lo convinca a mettersi alla ricerca del padre, che non
aveva ancora fatto ritorno ad Itaca dopo la vittoria a Troia.
Atena arruola, così, venti compagni e li imbarca su una nave
assieme a Telemaco; questi approda a Pilo dove incontra
Pisistrato, che gli racconta della sorte dei diversi capi
achei, rassicurandolo che il suo viaggio andrà bene: Atena non
può averlo abbandonato, vista la benevolenza di Odisseo verso
la dea della saggezza. In seguito lui e Pisistrato giungeranno
alla corte di Menelao, che rivela a Telemaco come il padre si
trovi prigioniero di Calipso presso l’isola di Ogigia. Intanto
ad Itaca i Proci stanno programmando una trappola per togliere
di mezzo Telemaco e prendere la mano di Penelope, moglie di
Odisseo, ancora speranzosa del ritorno del marito; vengono,
però, scoperti e Penelope si rivolge alla dea Atena.

LIBRI V-XII
Nella seconda parte del poema si narra di Odisseo alla corte
di Alcìnoo, dove il re di Itaca narra le sue avventure, dopo
la partenza da Troia: l’arrivo sulle coste della Tracia, dove
un gran numero dei compagni di Ulisse viene trucidato dai
Ciconi; sul paese esotico dei Lotofagi, i cui abitanti si
cibano di foglie di loto, che hanno il potere di cancellare la
memoria; sulla terra dei ciclopi, dove incontra il ciclope
Polifemo, figlio di Poseidone, che uccide sei dei suoi
compagni; sull’isola di Eolo, sulla quale Ulisse riceve in
dono dal dio omonimo un otre contenente tutti i venti
“negativi” ad eccetto di Zefiro, che lo
aiuterà
a tornare ad Itaca; sulla terra dei Lestrigoni, ancora più
crudeli e selvaggi dei ciclopi, dove vengono distrutte tutte
le navi della flotta, eccetto quella di Odisseo; sull’isola di
Eea, dove incontra la maga Circe, che trasforma tutto
l’equipaggio in maiali; nell’Ade, dove incontra la madre,
Achille ed un suo compagno morto sotto le fauci di Polifemo;
nel mare, dove incontra le pericolose sirene, che con il loro
canto spingono tutti i compagni
di Ulisse a gettarsi in mare; nell’attuale Stretto di
Messina, dove risiedono due pericolosissimi mostri marini,
Scilla e Cariddi; sull’isola dei buoi del Sole, dove Ulisse
perde definitivamente tutti i suoi compagni, perché questi
disobbedirono ad un preciso ordine di Apollo; sulla terra di
Calipso, dove approdò con un vero e proprio naufragio e dove
s’ intrattenne per sette anni e, infine, sulla terra dei Feaci,
sempre con un naufragio.


LIBRI
XIII-XXIV
Nella terza parte del poema si narra le vicende degli ultimi
quaranta giorni del viaggio di Odisseo: il ritorno in patria
con una nave prestata ad Ulisse dal re dei Feaci; il
travestimento da vecchio mendicante per osservare la
situazione al palazzo reale di Itaca senza rischiare di essere
scoperto e il riconoscimento di Ulisse da parte di Telemaco,
ad opera del suo vecchio cane Argo e dalla sua vecchia nutrice
Euriclea; gli oltraggiosi insulti da parte dei Proci nei
confronti di Ulisse e la successiva gara con l’arco contro
questi; l’uccisione dei Proci e delle ancelle traditrici;
l’incontro con Penelope, che ancora mette in dubbio l’identità
dello stesso Odisseo. Il poema si
conclude, infine, narrando la pace stipulata con i discendenti
dei Proci da parte di Odisseo, finalmente accettato come re di
Itaca.

Riassunto del libro XXII:
“Dopo
aver osservato la situazione a palazzo, Ulisse, nelle
sembianze di un vecchio mendicante presunto indovino,
partecipa ad una gara di forza e di abilità, organizzata
dalla stessa Penelope, moglie di Odisseo: la gara consisteva
nel tendere la corda dell’arco di Ulisse; chi fosse stato in
grado di scoccare una freccia e di farla attraversare diversi
anelli, avrebbe ottenuto la mano della bella Penelope. Nessuno
dei Proci, però, riuscì nell’impresa, così il vecchio
mendicante volle tentare e, suscitando stupore ed ira nei
Proci, tese l’arco e scoccò una freccia facendola passare
all’interno di ogni anello. Mostratosi, così, ai Proci,
Odisseo, con l’aiuto del figlio Telemaco, di Zeus, di Atena,
di Eumeo e di Filezio, iniziò a scagliare frecce, uccidendo
dapprima Antinoo e di lì il resto dei Proci, respèingendo ogni
proposta di pacificazione e risarcimento.La lotta ha
presto fine, unici superstiti sono Frenio, il rapsodo, e
Medonte, l'araldo dei proci: nessuno dei due ha partecipato
alla spoliazione del regno, né tanto meno hanno
insultatoUlisse.
Euriclea ha udito il rumore della battaglia, Telemaco la
conduce davanti al padre, in piedi nella grande sala con i
suoi due servitori. Euriclea vorrebbe gridare la sua gioia, ma
Ulisse la ferma. Le chiede invece di portare tutte le serve
infedeli, che puliranno la sala e porteranno via i cadaveri.
Terminato il lavoro, verranno uccise tutte, Telemaco stesso le
impiccherà. Anche Melanzio, il porcaio infedele al re Ulisse,
verrà ucciso. Dopodiché la sala sarà purificata con zolfo e
fuoco.”

Testo originale:
Surse e spogliossi de' suoi cenci Ulisse,
E sul gran limitare andò d'un salto,
L'arco tenendo e la faretra. I ratti
Strali, onde gravida era, ivi gittossi
Davante ai piedi, e ai proci disse: «A fine
Questa difficil prova è già condotta.
Ora io vedrò, se altro bersaglio, in cui
Nessun diede sin qui, toccar m'avviene,
E se me tanto privilegia Apollo».
Così dicendo, ei dirigea l'amaro
Strale in Antinoo. Antinoo una leggiadra
Stava per innalzar coppa di vino
Colma a due orecchie, e d'oro: ed alle labbra
Già l'appressava: né pensier di morte
Nel cor gli si volgea. Chi avrìa creduto
Che fra cotanti a lieta mensa assisi
Un sol, quantunque di gran forze, il nero
Fabbricar gli dovesse ultimo fato?
Nella gola il trovò col dardo Ulisse,
E sì colpillo, che dall'altra banda
Pel collo delicato uscì la punta.
Ei piegò da una parte e dalle mani
La coppa gli cadé: tosto una grossa
Vena di sangue mandò fuor pel naso;
Percosse colle piante, e da sé il desco
Respinse; sparse le vivande a terra;
Ed i pani imbrattavansi e le carni.
Visto Antìnoo cader, tumulto i proci
Fêr nella sala, e dai lor seggi alzâro,
Turbati raggirandosi, e guardando
Alle pareti qua e là: ma lancia
Dalle pareti non pendea, né scudo.
Allor con voci di grand'ira Ulisse
Metteansi a improverare: «Ospite, il dardo
Ne' petti umani malamante scocchi;
Parte non avrai più ne' giuochi nostri:
Anzi grave ruina a te sovrasta.
Sai tu che un uomo trafiggesti ch'era
Dell'Itacense gioventude il fiore?
Però degli avoltoi sarai qui pasto».
Così, pensando involontario il colpo,
Dicean: né s'avvedean folli, che posto
Ne' confini di morte avean già il piede.
Ma torvo riguardolli, e in questa guisa
Favellò Ulisse: «Credevate, o cani,
Che d'Ilio io più non ritornassi, e intanto
La casa disertar, stuprar le ancelle,
E la consorte mia, me vivo, ambire
Costumavate, non temendo punto
Né degli dèi la grave ira, né il biasmo
Permanente degli uomini. Ma venne
La fatale per voi tutti ultima sera».
Tutti inverdiro del timore, e gli occhi,
Uno scampo a cercar, volsero intorno.
Solo, e in tal forma, Eurimaco rispose:
«Quando il vero tu sii d'Itaca Ulisse
Fra noi rinato, di molt'opre ingiuste,
Che sì nel tuo palagio e sì ne' campi
Commesse fûro, ti quereli a dritto.
Ma costui, che di tutto era cagione,
Eccolo in terra, Antìnoo. Ei dell'ingiuste
Opre fu l'autor primo: e non già tanto
Pel desiderio delle altere nozze,
Quanto per quel del regno, a cui tendea,
Insidïando il tuo figliuolo: occulte
Macchine, che il Saturnio in man gli ruppe.
Poiché morto egli giace, alla tua gente
Perdona tu. Pubblica emenda farti
Noi promettiamo: promettiam con venti
Tauri ciascun e con oro e con bronzo,
Quel vôto rïempir, che ne' tuoi beni
Gozzovigliando aprimmo; in sin che il core
Alla letizia ti si schiuda, e sgombri
L'ira, onde a gran ragione arse da prima».
Bieco mirollo, e replicògli Ulisse:
«Dove, Eurimaco, tutte ancor mi deste
L'eredità vostre paterne, e molti
Beni stranieri vi poneste accanto,
Io questa man non riterrei dal sangue,

Commento:
Ancora
una volta, Ulisse, dimostra di saper far uso della sua
astuzia, al limite dell’inganno, per poter raggiungere i
suoi scopi; in questa circostanza, utilizza un improbabile
travestimento da vecchio mendicante, donatogli da Minerva, per
osservare dapprima la situazione a palazzo e cogliere di
sorpresa i Proci, durante la gara con l’arco. In questo
modo, riesce a sfruttare l’effetto sorpresa per togliere di
mezzo dapprima Antinoo, con un scoccata furtiva alla gola, e
poi il resto dei principi Proci, con l’aiuto di Telemaco e
altri a lui fedeli, tra cui la stessa Atena. Si mostra anche
come uomo giusto ed onesto, che sa riconoscere coloro restati
a lui fedeli, nonostante l’ipocrisia di molti altri compagni
che, approfittando della forza dei Proci, cercarono di
assicurarsi un posto di spicco tra i nuovi invasori. L’ira
del momento lo spinge addirittura a condannare a morte le
serve a lui infedeli, che costringerà prima a ripulire la
stanza dai cadaveri. Infine si presta nel purificare
l’intera stanza, probabilmente per timore degli dei o
semplicemente per dissolvere le tracce di una orrenda strage.

|