LA SERA FIESOLANA

di Martino Pellegrino

"Fresche le mie parole ne la sera", "Dolci le mie parole ne la sera": non riesce difficile per un mago della parola come Gabriele D'Annunzio trasformare l'idillio d'una notte di mezza estate in avventura isolata e affatto rara, col solo ausilio della tavolozza retorica, più che sufficiente antidoto alla routine ed al déjá-vu.

Sono tre strofe di 14 versi, a guisa di sonetti, se non fosse che al rigoroso schema compositivo del sonetto s'é sostituita la più spericolata libertà metrica trapassante dal quinario all'ipermetro, con l'intercalare per giunta di tre antistrofe caratterizzate da simmetrica regolarità.
Per l'appunto: la combinazione della libertà compositiva con la parvenza di schema rileva l'assoluta signoria del poeta, capace di organizzare le strofe col ritmo di cui s'é detto, e con la marcatura che gli aggradi, per farle trapassare, in una sorta di climax compositivo, dall'assoluta assenza di punteggiatura (prima strofa), all'accumulo del polisindeto (seconda strofa), alla cesura marcata (terza).
In tale contenitore disponibile a tutto accogliere, la perizia a livello fonico aggiungerá il virtuosismo, se l'aggettivo "fresche", costituito da liquide e spiranti, pare disperdersi a pioggia nelle parole successive, liquide e spiranti appunto; o se il suo omologo anaforico, "dolci" dá vita alla serie delle occlusive di "pioggia", "bruiva", "tiepida".

Per degno coronamento, si aggiunge la suggestione degli enjambement, delle anafore, dell'annominazione (il "cinto" che "cinge"), dell'iterazione (il "par" ai vv. 9,11,46; gli "olivi" al v. 29).
Se negli effetti fonici vogliamo cogliere l'abbandono all'onda delle sensazioni, una musica di sottofondo che culla e suggestiona, nell'organizzazione sintattica individuiamo più profonda intenzionalitá del poeta.
Non a caso dalle relative della prima strofa e dalle coordinate della seconda si finisce alle tre portanti interrogative indirette dell'ultima, con evide passaggio dalla discorsività e dall'abbandono sensoriale all'inchiesta, alla ricerca del senso riposto nelle voci della natura, capace di rivelazione anche attraverso chiuse labbra.

Se poi, con il più ovvio approccio contenutistico si riveleranno: a)il felice intrecciarsi di sensazioni tattili, olfattive, soprattutto uditive e visive; b)l'uso di sintesie: nelle parole "fresche" e "dolci", nei "grandi umidi occhi ove si tace / l'acqua del cielo", nel bere la separata pace (v.13); c)la stagione in cui si verifica l'evento, non più primavera e non ancora estate; o l'ora stessa crepuscolare, si potrá individuare la confluenza di tutti i dati considerati nella produttiva categoria di "metamorfosi" che coinvolge simbioticamente natura e uomo.

Gabriele D'Annunzio non ha ancora cessato di sorprendere: con una seconda serie di artifici trasferisce una normale conversazione d'amore sotto le stelle a un livello che non impropriamente si può definire mitico.
Si rilegga il lessico alto; dalla disarticolazione delle predisposizioni alla ricerca di arcaismi e preziosismi (favoriti dall'uso disinvolto di sincopi e apocopi) al metaplasmo che trasforma comunissimi rami in preziose "rame".

O si ripensi al ritmo anaforico, cadenzato come un illeggiadrito passo bizantino; o al gusto per le meno consuete figure retoriche, dalla citata sinestesia all'anologia all'anticlimax che riduce il petulante ticchettio della pioggia a silenzio di labbra incollate.

Ma soprattutto si considerino più marcati espedienti retorici:

  1. la personificazione, che connota la Sera del triplice refrain, e la rende un'entitá metafisica di cui celebrare la morte, dopo averne contemplato viso e occhi e averne odorato le vesti aulenti; o che in subordine opera nelle minori personificazioni della luna, della pioggia, dei pini "dai novelli rosei diti", del fiume, delle colline;
  2. specularmente, la sobria vegetalizzazione delle due figure umane, se é vero che per alludere all'amore umano nulla pare più congruo che celebrare la vita vegetale, il chiacchierio della pioggia come l'affascinante silenzio delle colline testimoni della vicenda d'amore;
  3. l'ostentato ammiccare del testo con altre pagine letterarie, dal francescano "Laudato sii" allo stilnovismo, dal calco sul Paradiso dantesco agli echi classici.

Dall'accumulo di tutti questi dati, il mito si é costruito: mito di metamorfosi precisamente, ideale prosecuzione degli antichi miti, com'é di Dafne trasformata in alloro da Apollo; o ravvicinata espansione dei frequenti miti creati in Alcyone: la cavalla Undulna trasformata in ninfa, il cervo divenuto centauro, Glauco diventato dio del mare, la più nota Ermione trasformatasi in amabile driade col suo vitalissimo compagno d'avventura.

Se tramite la retorica la poesia ha sortito queste conclusioni, si può polemizzare con chi sbrigativamente ha definito D'Annunzio un raffinatissimo dilettante di sensazioni, quando forse converrá considerarlo, con più di una definizione, cercatore del senso ultimo, a cui il "mito" dell'antichitá ha inteso giungere non meno del razionale e prosaico "logos".

 

Home page I Progetti

Copyright (C) 1994-1998 Liceo Scientifico "Peano" - Cuneo.
Tutti i diritti sono riservati.