"Fresche le mie parole ne la sera",
"Dolci le mie parole ne la sera": non riesce difficile per un mago
della parola come Gabriele D'Annunzio trasformare l'idillio d'una notte di mezza estate in
avventura isolata e affatto rara, col solo ausilio della tavolozza retorica, più che
sufficiente antidoto alla routine ed al déjá-vu.
Sono tre strofe di 14 versi, a guisa di sonetti, se non
fosse che al rigoroso schema compositivo del sonetto s'é sostituita la più spericolata
libertà metrica trapassante dal quinario all'ipermetro, con l'intercalare per giunta di
tre antistrofe caratterizzate da simmetrica regolarità.
Per l'appunto: la combinazione della libertà compositiva con la parvenza di schema rileva
l'assoluta signoria del poeta, capace di organizzare le strofe col ritmo di cui s'é
detto, e con la marcatura che gli aggradi, per farle trapassare, in una sorta di climax
compositivo, dall'assoluta assenza di punteggiatura (prima strofa), all'accumulo del
polisindeto (seconda strofa), alla cesura marcata (terza).
In tale contenitore disponibile a tutto accogliere, la perizia a livello fonico
aggiungerá il virtuosismo, se l'aggettivo "fresche", costituito da liquide e
spiranti, pare disperdersi a pioggia nelle parole successive, liquide e spiranti appunto;
o se il suo omologo anaforico, "dolci" dá vita alla serie delle occlusive di
"pioggia", "bruiva", "tiepida".
Per degno coronamento, si aggiunge la suggestione degli
enjambement, delle anafore, dell'annominazione (il "cinto" che
"cinge"), dell'iterazione (il "par" ai vv. 9,11,46; gli
"olivi" al v. 29).
Se negli effetti fonici vogliamo cogliere l'abbandono all'onda delle sensazioni, una
musica di sottofondo che culla e suggestiona, nell'organizzazione sintattica individuiamo
più profonda intenzionalitá del poeta.
Non a caso dalle relative della prima strofa e dalle coordinate della seconda si finisce
alle tre portanti interrogative indirette dell'ultima, con evide passaggio dalla
discorsività e dall'abbandono sensoriale all'inchiesta, alla ricerca del senso riposto
nelle voci della natura, capace di rivelazione anche attraverso chiuse labbra.
Se poi, con il più ovvio approccio contenutistico si
riveleranno: a)il felice intrecciarsi di sensazioni tattili, olfattive, soprattutto
uditive e visive; b)l'uso di sintesie: nelle parole "fresche" e
"dolci", nei "grandi umidi occhi ove si tace / l'acqua del cielo", nel
bere la separata pace (v.13); c)la stagione in cui si verifica l'evento, non più
primavera e non ancora estate; o l'ora stessa crepuscolare, si potrá individuare la
confluenza di tutti i dati considerati nella produttiva categoria di
"metamorfosi" che coinvolge simbioticamente natura e uomo.
Gabriele D'Annunzio non ha ancora cessato di sorprendere:
con una seconda serie di artifici trasferisce una normale conversazione d'amore sotto le
stelle a un livello che non impropriamente si può definire mitico.
Si rilegga il lessico alto; dalla disarticolazione delle predisposizioni alla ricerca di
arcaismi e preziosismi (favoriti dall'uso disinvolto di sincopi e apocopi) al metaplasmo
che trasforma comunissimi rami in preziose "rame".
O si ripensi al ritmo anaforico, cadenzato come un
illeggiadrito passo bizantino; o al gusto per le meno consuete figure retoriche, dalla
citata sinestesia all'anologia all'anticlimax che riduce il petulante ticchettio della
pioggia a silenzio di labbra incollate.
Ma soprattutto si considerino più marcati espedienti retorici:
Dall'accumulo di tutti questi dati, il mito si é
costruito: mito di metamorfosi precisamente, ideale prosecuzione degli antichi miti,
com'é di Dafne trasformata in alloro da Apollo; o ravvicinata espansione dei frequenti
miti creati in Alcyone: la cavalla Undulna trasformata in ninfa, il cervo divenuto
centauro, Glauco diventato dio del mare, la più nota Ermione trasformatasi in amabile
driade col suo vitalissimo compagno d'avventura.
Se tramite la retorica la poesia ha sortito queste conclusioni, si può polemizzare con chi sbrigativamente ha definito D'Annunzio un raffinatissimo dilettante di sensazioni, quando forse converrá considerarlo, con più di una definizione, cercatore del senso ultimo, a cui il "mito" dell'antichitá ha inteso giungere non meno del razionale e prosaico "logos".
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