Bruno Caccia (Ceresole – Cuneo, 16 novembre 1917 – Torino 26 giugno 1983) è stato un magistrato, prima vittima della ‘Ndrangheta al nord tra i magistrati.

Iniziò la sua carriera in magistratura nel 1941 nel Palazzo di giustizia torinese. Nel capoluogo piemontese rimase sino al 1964 ricoprendo la carica di Sostituto Procuratore, per poi passare ad Aosta come Procuratore della Repubblica. Nel 1967 Caccia ottenne l’incarico di sostituto Procuratore della Repubblica a Torino. Nominato nel 1980 Procuratore della Repubblica di Torino, indagò sulle violenze che si verificavano in occasione di ogni sciopero. Come ricorda l’allora suo collega Marcello Maddalena: “Fu, nel settore, il primo segno di presenza dello Stato dopo anni di non indolore assenza”. Successivamente, avviò delle indagini sui terroristi delle Brigate Rosse e sui traffici della ‘Ndrangheta in Piemonte, indagini che furono così incisive da condannarlo a morte.

Sui mandanti dell’omicidio, subito le indagini presero la via delle Brigate Rosse: erano gli anni di piombo e per di più le indagini di Bruno Caccia riguardavano in presa diretta molti brigatisti. Il giorno seguente, le Brigate Rosse rivendicarono l’omicidio, ma presto si scoprì che la rivendicazione risultava essere falsa. Inoltre nessuno dei brigatisti in carcere rivelò che fosse mai stato pianificato l’omicidio del magistrato cuneese. Le indagini puntarono allora l’attenzione sui neofascisti del NAR, ma anche questa pista si rivelò ben presto infondata. L’imbeccata giusta arrivò da un mafioso in galera, Francesco Miano, boss della cosca catanese che si era insediata a Torino. Grazie all’intermediazione dei servizi segreti, Miano decise di collaborare per risolvere il caso e raccolse le confidenze del ‘ndranghetista Domenico Belfiore, uno dei capi della ‘ndrangheta a Torino e anch’egli in galera. Belfiore ammise che era stata la ‘ndrangheta ad uccidere Bruno Caccia e il motivo principale fu che “con il procuratore Caccia non ci si poteva parlare”, come disse lo stesso Belfiore. In aggiunta, va detto che la ‘ndrangheta ha da sempre controllato, in Piemonte, molti ristoranti, imprese edili, bar e addirittura era arrivata a mettere le mani sul bar del Palazzo di Giustizia dove Bruno Caccia lavorava.  Le indagini del magistrato cuneese si rivelarono troppo incisive e troppo dannose per la sopravvivenza della ‘ndrangheta in Piemonte, tanto da spingere i Belfiore a ordinare l’uccisione del magistrato.

Come mandante dell’omicidio, nel 1993 Domenico Belfiore venne condannato all’ergastolo.

La memoria di Bruno Caccia, al pari di quella di Antonio Scopelliti, è stata largamente e vergognosamente abbandonata, specialmente nella terra dove egli nacque e morì tragicamente. In pochi infatti ricordano tutt’oggi il suo sacrificio e questo a causa della poca sensibilità che il nord ha riservato al tema della mafia. Nonostante di recente la magistratura di Torino abbia avviato delle indagini su presunte infiltrazioni ‘ndranghetiste in diverse amministrazioni pubbliche…